

Colorata ed intermedia, flegrea di nome e di fatto.
Procida va a prendersi gli altissimi onori di Capitale Italiana, Europea, della Cultura 2022, meritandoli: prima
isola di sempre, in questo senso.
Non è da poco, in senso isolano, mettere la testa sopra due colossi come Ischia e Capri.
Non ci si deve mettere nell’aspettativa di un approdo da sogno, o da scorci, o da amarcord, o da super-
tramonti, o da poeti d’isole trasferiti di peso nella letteratura.
Procida è un’isola che va studiata, su cui sbarcare pensando. Non c’è il traffico asfissiante, il glamour
pressante, i turisti coreani a centinaia, che trovi a Capri, che ti spingere a correre alla funicolare come non ci
fosse un dopodomani. Non c’è l’approdo bonario e protettivo della grande Ischia, così materno e generoso in
cui perdersi.
Inoltre, fatto forse poco noto, è isola madre di tante generazioni di pescatori, di lavoratori del mare, di
capitani e marinai, che nei decenni riportano all’isola il senso di una vita spesa in mare e storie che
diventano leggende.
Procida è piccola ma densa, circoscritta ma completa, si sente l’odore dei letterati che l’hanno amata. Se sei
un turista, questo lembo flegreo non ha bisogno di te. Piuttosto, accoglie viaggiatori e curiosi, a questi si
apre attraverso i sui vicoli in salita, alle nere spiagge strettissime, agli scorci trasversali rispetto isole sorelle,
il suo essere duale con l’alta scogliera di Capo Miseno.
Più che zaino da trekking e borracce, qui il viaggiatore deve arrivare carico di letture, voglioso di girare gli
angoli, di percorrere le stradine, di affacciarsi sui golfi che vivacizzano l’insulare geografia.
Rimanere nei locali oltre la cena consente di riunirsi tra sconosciuti avventori che hanno qualcosa da
raccontare, aprendo la serata e la notte al chiacchiericcio nobile e al pensiero che frena l’irrequietezza del
viaggiatore.
Nascostamente viva, silenziosamente narrante, Procida è una specie di bussola in mano al viandante delle
isole.
Ti dà una rotta verso un ricco e sentimentale approdo.
